Racconto: Una volta nella vita

Questo racconto è stato pubblicato sul sito “Uraniamania.com” nell’ottobre del 2017, per partecipare ad un piccolo concorso indetto dagli utenti e dedicato al tema del “Tempo”, con permesso di utilizzare tale argomento anche nei suoi significati metaforici. Ecco, di seguito, una mia interpretazione.

Una volta nella vita

di Marco Di Giaimo

Fred Mao, presidente della Wonder & Joy Inc., società leader dei videogiochi VR, voleva essere sempre il primo a testare i suoi prodotti.
Davanti a lui si trovava una capsula, dall’aspetto simile a un uovo, con all’interno una tuta irta di cavi e un casco degno di un guerriero fantascientifico. La tuta, a sua volta, era appesa a due cerchi concentrici in acciaio cromato in grado di ruotare uno all’interno dell’altro, con perni situati perpendicolarmente tra loro in modo da far assumere alla tuta qualsiasi posizione nello spazio.
Grazie a un sofisticatissimo software e alla tuta iper-tecnologica, brevettati dal team più avanzato (e costoso) del secolo, si sarebbe apprestato a sperimentare Empire Forever®: l’ascesa dell’imperatore-semidio Zarath che, partendo da un misero villaggio, avrebbe fondato un impero destinato nei secoli a conquistare la galassia.
Diede un ultimo sguardo agli assistenti, nei loro camici bianchi, che lo stavano osservando tesi all’inverosimile, poi si diresse con un po’ di timore reverenziale a infilarsi la tuta.
Mao chiuse il portello e inizializzò il videogame.
La realtà del gioco lo sommerse come un’onda possente: emozioni vivide e contrastanti lo catturarono e iniziarono a prendere possesso della sua mente e della sua anima.
Decisioni sull’economia, il potere di scatenare guerre, l’affrontare disastri come carestie, alluvioni e pestilenze misero a dura prova la sua capacità di sopportazione. Per contro, l’esaltazione e la goduria lo avvolgevano invece a ogni conquista o ad ogni progresso tecnologico del suo impero.
Proprio quando si trovava in capo a una flotta di astronavi diretta a esplorare il primo pianeta extra-solare, tutto si fece buio, lasciandolo disorientato.
Sentì una voce attutita, come se fosse lontanissima:
“Capo? Capo! Mi sente? Sono Peters, deve riprendersi… è da dodici ore ininterrotte che sta giocando!”
Fred rispose a fatica, con la gola secca che sembrava carta vetrata:
“C-cosa? Perché mi hai estratto? Stavo per conquistare un pianeta!”
Si aprì uno spiraglio di luce davanti a lui ed ecco, un giovane con gli occhi sgranati gli sfilò a forza il casco per poi ritrarsi, sbigottito.
Altri colleghi si fecero avanti per sostenere Fred, che non riusciva a reggersi in piedi.
Lo fecero sdraiare.
Erano tutti raggelati dallo sgomento: il loro capo era diventato simile a una mummia incartapecorita, con radi capelli bianchi e denti ingialliti.
Con voce flebile Fred riuscì a dire:
“È… è… un’esperienza da provare una volta nella vita…” e spirò.

FINE