Racconto: Specie dominante

Autore: Marco Di Giaimo

 

Era da giorni che non ne poteva più degli scarafaggi. Avevano invaso la sua casa, violato la sua intimità, oltraggiati i luoghi che dovevano essere tra i più igienici. Tutte le sere che Marco entrava nella doccia ne vedeva uno fuoriuscire dallo scarico, di solito dopo che si era insaponato per bene, e doveva schizzarne fuori, inorridito da quel mostriciattolo che gli strisciava tra i piedi nudi.
Marco viveva solo nella casa lasciata libera dai genitori che stavano trascorrendo le vacanze al mare.
Aveva vent’anni, e da poco lavorava come impiegato in uno studio di commercialista. Non aveva ancora preso ferie poiché intendeva raggranellare qualche spicciolo per trascorrere una settimana in Spagna a settembre.
La casa era disposta su due piani, di cui uno seminterrato. A causa dell’umidità, del caldo afoso dell’estate e del buio si erano create le condizioni ideali per il proliferare degli scarafaggi.
Ma ora era giunto il momento di fare qualcosa: gli insetticidi non bastavano più. Probabilmente quegli schifosi insetti avevano sviluppato una forte resistenza e, a causa di una peculiare adattabilità della loro specie, se ne infischiavano di polveri, spray ed esche varie.
Marco era giunto al punto di non volere più scendere in cantina col buio, poiché temeva che accendendo la luce avrebbe visto un mare brulicante di orrendi corpicini neri, di antenne e di zampine che correvano a nascondersi negli anfratti più reconditi.
L’unico motivo per cui non aveva ancora avuto un incubo in cui lui stesso si trasformava in scarafaggio era perché l’idea era già stata sfruttata.
Un mattino, al lavoro, ebbe un’idea: non appena il capo si assentò dall’ufficio cercò su Internet un consiglio su come trovare una soluzione al suo problema.
Dopo mezz’ora circa di navigazione, trovò un curioso sito in cui veniva proposta una ricetta per un insetticida di sicura efficacia: bastava trovare della polvere di zolfo, dei sali di un conservante usato per confezionare insaccati, polvere di carbone e poche altre cose, il tutto da mescolare in percentuali ben precise. per ultimo andava aggiunto un miscuglio puzzolente per la pastura dei pesci, per rendere più appetibile l’esca agli scarafaggi.
Marco trovò la ricetta interessante, anche se gli ricordava qualcosa che aveva letto sul libro di storia alle scuole medie, riguardante la tradizione cinese dei fuochi d’artificio, e con soddisfazione stampò su di un foglio la soluzione ai suoi grattacapi.
Con poca fatica trovò i vari ingredienti, un po’ girando i supermercati, un po’ nei negozi di pesca sportiva.
Una sera si mise di buon grado a preparare l’intruglio, che mischiò con della segatura e con la pastura, ottenendo delle piccole palline maleodoranti.
Non vedeva l’ora di posizionarle nei punti strategici: attorno al coperchio della fossa settica, sul bordo di un pozzetto a metà scivolo, all’interno della lavanderia, e vincendo la sua paura, anche in tutti gli angoli della cantina.
Prima del tramonto eseguì febbrilmente il lavoro, guardandosi continuamente le spalle nel timore di vedere spuntare una di quelle odiate bestiole.
Finito di posizionare le trappole, scappò di sopra, per mettersi al sicuro dal lubrico serpeggiare di quegli esseri.
Dormì agitato, sognando di uno scarafaggio nascosto sotto il pavimento che vomitava un oceano di animaletti zampettanti, millepiedi e lumaconi neri che invadevano ogni stanza.
La mattina si svegliò più stanco di quando si era coricato. Vide allo specchio un volto spiritato, con gli occhi cerchiati di rosso, e si sentiva febbricitante. La nausea lo assalì all’improvviso, impedendogli di prepararsi la colazione.
Probabilmente non aveva preso precauzioni nel maneggiare le sostanze necessarie a preparare l’insetticida. Maledetto il momento in cui aveva deciso di passare al fai-da-te. Si era dimenticato che qualche anno prima altri sempliciotti come lui erano caduti vittime di intrugli, come quel famigerato latte solare confezionato con latte di fico e yogurt che aveva provocato tremende ustioni agli incauti che l’avevano provato sulla loro pelle.
Telefonò in ufficio per avvertire che per un giorno o due non sarebbe andato al lavoro.
Si sdraiò esausto e scosso dai brividi sul divano. Solo dopo un’ora di dormiveglia si decise ad alzarsi e provarsi la febbre: il termometro segnava 39,5°C. Prese un antipiretico e si recò verso le camere, ma venne assalito da un forte capogiro.
Riuscì a malapena a superare il corridoio che portava in camera da letto e a togliere con grande sforzo una coperta di lana dall’armadio.
Poi, si addormentò.
Si svegliò di soprassalto, colto da un forte spavento per un incubo che per fortuna non ricordava più, e vide che era mattino presto. L’orologio segnava le sei e mezza. Se quando si era coricato erano le nove passate di mattina, voleva dire che era rimasto addormentato per più di venti ore!
Ma ora si sentiva meglio: non sentiva più i brividi ed aveva persino fame.
Scese dal letto e si recò in cucina per prepararsi un’abbondante colazione.
Accese la televisione, per sentire le notizie del mattino, ed ebbe un nuovo choc: il telegiornale annunciava le notizie di mercoledì, e lui si era coricato il lunedì. Erano trascorsi quasi due giorni.
Cos’era successo? Era fortemente preoccupato; evidentemente aveva subito un’intossicazione, ma per fortuna tutto sembrava passato: la fame ed il senso di riposo ne erano la prova.
Ma se la causa dell’intossicazione era stata l’insetticida fatto in casa, chissà quali conseguenze avrebbe portato alla popolazione degli scarafaggi? Una certa soddisfazione cominciò a farsi largo nella mente di Marco, pensando che finalmente si sarebbe liberato per un bel po’ di quegli schifosi coinquilini.
Dopo la colazione si sentì abbastanza in forze per discendere i gradini che portavano in cantina, per gustare il trionfo della vittoria sulle sudice orde dai gusci neri.
Ma una volta girato l’angolo del pianerottolo e osservato il pavimento, vide con amarezza che non vi era nessuno scarafaggio morto sul pavimento. Nessun caduto delle schiere avversarie nella guerra che aveva visto invece lui tra i feriti, per ben due giorni.
Scese l’ultimo gradino e, vincendo un residuo di nausea che era riapparso all’idea di trovarsi di fronte un carapace capovolto e sgambettante, controllò i battiscopa e i pozzetti lungo i quali aveva posizionato le esche.
Non solo non trovò alcuna vittima, ma non trovò neppure le esche: evidentemente erano persino troppo appetibili!
Marco venne assalito da una furia nera. Non ne poteva veramente più, pensava di impazzire. Ma no, non gliela avrebbe data vinta: si sarebbe appostato lì, in cantina, ogni sera e avrebbe ucciso a ciabattate ogni singolo scarafaggio che avrebbe avuto il coraggio di mettere le sue antenne fuori dalla tana. Avrebbe vinto ogni repulsione e ogni fobia pur di vedere schiattare le viscere di quegli ignobili e vigliacchi parassiti.
Ma ecco che, nel girarsi verso la scala ne vide uno.
Era rannicchiato all’ombra del congelatore, grasso e lucido nel suo carapace nero. “Ci credo che è grasso”, pensò Marco, “visto che per due giorni si è rimpinzato delle prelibatezze che io gli avevo preparato!”.
Si tolse la ciabatta, pronto ad eseguire la sua condanna, ma poi cambiò idea: perché usare una ciabatta quando si ha più soddisfazione usando un bel martello?
Andò di corsa alla cassetta degli attrezzi, da cui prelevò un pesante martello di gomma, come quello che usano i piastrellisti, e tornò a verificare che l’incauto animale non si fosse mosso.
Che fosse morto? Non poteva rischiare di farlo scappare per verificarlo, ed in più non voleva assistere all’orrendo sgambettare di quello sgorbio in mezzo alle sue gambe.
Prese ad avvicinarsi cautamente, lieto del fatto che lo scarafaggio se ne stesse ancora immobile.
“Ti senti sicuro di te stesso, vero? Vuoi sfidarmi, ma io ti farò vedere chi è la specie dominante.”
Abbassò violentemente il martello, ma non poté mai sapere l’esito del suo gesto: l’esplosione dello scarafaggio proiettò il martello contro la sua fronte fracassandogli il cranio.

FINE

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