Racconto: Lauto pranzo

Autore: Giuseppe Bono
Editing: Marco Di Giaimo

Appena il cancello venne chiuso alle sue spalle, l’animale comincio’ a dimenarsi goffamente, assaporando con la lingua l’aria che lo circondava e la sensazione di liberta’. Infine, si calmo’ e divenne immobile, con la lunga testa eretta, controllando analiticamente il nuovo habitat, gli affilatissimi artigli pronti a colpire.
Esploro’ i dintorni con un gelido sguardo da assassino, cercando di percepire la presenza di eventuali pericoli. Un vasto altopiano erboso costellato da numerosi cespugli ed alberi d’alto fusto piantati da poco si estendeva fin dove poteva giungere lo sguardo.
Colui che aveva richiuso il cancello del recinto, il dottor Crazymad, segui’ il perimetro dell’habitat artificiale claudicando vistosamente fino ad un osservatorio in mattoni e cemento molto rudimentale fatto costruire per lui e la sua causa da un amico muratore oramai gia’ due metri sotto terra. Questo punto di osservazione, ubicato sulla sommita’ di una collina al di fuori della cinta, era proprio nella posizione ideale per poter osservare i suoi “pazienti preferiti“ senza troppa fatica.
Con l’ausilio di un binocolo digitale da 50 mm. piazzato sulla finestra del baracchino in modo esperto, poteva avere una visuale dei suoi assistiti di centottanta gradi.
Inoltre, grazie alla videocamera e al notebook collegati allo strumento, poteva registrare ogni avvenimento, elaborarlo ed eventualmente pubblicarlo in rete.
Alle tre del pomeriggio, l’afa dell’estate subtropicale della Florida si faceva sentire in maniera opprimente.
Nelle orecchie, tappate con gli auricolari dell’I-pod, il rock pungente degli Scorpions intonava Loving you Sunday morning, facendogli esplodere i timpani.
Il dottor Crazymad era un tipo arcigno, pallido ed emaciato, con perenni occhiaie che lo rendevano somigliante a un panda gigante. Una fitta rete di rughe a zampa di gallina accanto agli occhi verdi rivelava impietosamente la sua non piu’ giovane eta’.
A cinquattotto anni ne dimostrava almeno sette di piu’; era anche la constatazione che lo colpiva ogni volta che si rifletteva allo specchio.
Come suo solito, era vestito con una sahariana kaki, bermuda, cappello a tesa larga e stivali italiani di ottima fattura. Con un gesto oramai abitudinario regolo’ la messa a fuoco del binocolo elettronico ed inspiro’ tranquillamente, godendosi lo spettacolo che Madre Natura gli stava per offrire senza dover neppure pagare il prezzo del biglietto.
Si stacco’ con aria assorta per un attimo, mentre da un angolo della bocca scendeva lento un rivolo di saliva, dopodiche’ i suoi occhi assunsero un’espressione spiritata.
Dopo aver emesso una profonda risata satanica, che rimbombo’ nell’angusto vano dell’osservatorio, si mise a simulare con le braccia esili un assolo di chitarra di Rudy Schenker, eccitato piu’ che mai dal ritmo della musica incalzante che gli trivellava le tempie.
Tornato in se’ rimise gli occhi sul binocolo, che guido’ sull’attore del orrido spettacolo che aveva preparato con meticolosita’, tenendo conto di ogni variabile o imprevisto.
In lontananza, sotto la collina, guardo’ orgoglioso il possente rettile, che immobile come una statua di bronzo, degustava l’aria, con lo sguardo fisso innanzi a se’, le poderose zampe artigliate in posizione di scatto, la coda potente come una mazza tesa a mezz’altezza, i denti aguzzi e gialli visibili in un angolo della sua enorme bocca, dalla quale scendeva uno viscido rivolo di saliva.
Proprio come stava accadendo a lui in quel momento, immedesimandosi nell’anima di quell’essere.
Ruoto’ lentamente l’attrezzatura verso sinistra, seguendo la traiettoria visiva del rettile, un varano gigante di Komodo, che si era meticolosamente preoccupato di affamare per bene; lo aveva sottoposto per un mese ad una terapia a base di adrenalina, testosterone e altri steroidi biosintetici col solo fine di esaltarne l’aggressivita’.
I muscoli del rettile erano stati accresciuti in modo abnorme, e un innesto di cellule staminali durante l’incubazione avevano fatto si’ che il suo cuore ed il sistema nervoso centrale diventassero iper-efficienti.
Aveva trasformato quell’innocuo animale in una perfetta macchina per uccidere.
Crazymad era quasi pronto a dimostrare come Madre Natura e i suoi prescelti avrebbero potuto in breve tempo riportare la Terra come era ai primordi, prima che l’Uomo facesse scempio di intere specie animali, distruggesse enormi foreste e devastasse il clima planetario. Era sul punto di vedere premiato l’esito della ricerca che stava portando avanti da piu’ di venticinque anni, dapprima utilizzando fondi segreti della N.S.A. per esperimenti segreti su animali e poi a sue spese mediante ricavi da investimenti che aveva eseguito stornando parte dei fondi pubblici, in previsione di tempi di magra; rise ancora, alla faccia dell’Universita’ del Sud Florida che lo aveva messo alla porta e della Facolta’ di Scienze Veterinarie dell’International College che lo aveva scaricato sostenendo che i suoi erano solo folli vaneggiamenti e che l’uso di ormoni umani sugli animali, in particolar modo sui rettili, poteva solo avere effetti deleteri.
In questa landa desolata, posta una decina di miglia a sud di Bonita Springs, stavano per concludersi i lavori per la creazione di un parco naturalistico tematico che avrebbe dovuto chiamarsi “Reptilya”. Tra un mese ci sarebbe stata l’inaugurazione del parco, che avrebbe ospitato moltissime specie di rettili, dai serpidi agli alligatori, varani, iguana delle Galapagos e piu’ di trecento specie di serpenti, dal piu’ letale al piu’ grande mai esistiti sulla faccia del Pianeta Azzurro.
Approfittando di un periodo di ferie degli operatori, per lo piu’ veterinari e zoologi, in attesa che arrivassero i primi “ospiti” di Reptilya, aveva programmato per quel pomeriggio afoso di domenica lo spettacolo del quale lui stesso era coreografo e regista.
Continuando a ruotare verso sinistra il binocolo elettronico, si soffermo’ sull’esemplare adulto di antilope, precisamente un orice, che aveva scelto come comprimario della rappresentazione. Uno tra i ruminanti bovidi africani tra i piu’ veloci in assoluto. Per antonomasia, era considerato una preda difficile anche per i ghepardi nelle savane africane.
Un ottimo test per ottenere risposte agli interrogativi che da qualche mese si susseguivano nella sua mente fino ad alimentare quella che sarebbe divenuta un’ossessione.
Mise in azione il video recorder.
Non se n’era ancora reso conto, ma lentamente la follia stava per avvolgergli il cervello con le sue spire, proprio come fa un boa constrictor con un agnello indifeso.
L’orice, che ruminava tranquillamente, di colpo drizzo’ il collo e si immobilizzo’ sulle esili e lunghe zampe; un tremito ben percettibile della criniera e il fremere delle narici umide erano i sintomi che aveva intuito l’avvicinarsi di un predatore.
L’erbivoro percepi’ piu’ con l’istinto che col fiuto la presenza del carnefice.
Crazymad pote’ osservare che entrambi gli animali erano immobili: la preda lo era perche’ non aveva ancora intuito la natura della minaccia che lo attendeva, mentre il predatore stava studiando la tattica migliore per l’attacco.
La distanza era di circa venti metri e, astutamente, il varano si era messo controvento aggirando l’orice; strisciando nell’erba alta si era appostato dietro un voluminoso cespuglio secco e spinoso.
Attraverso le onde di calore che rendevano il panorama ondulato e mosso, il professor Crazymad sembro’ sentire fisicamente la tensione che si stava creando in quel duello che era la chiave della selezione naturale.
I fianchi del bovide furono presi da un forte tic nervoso, segno che il panico stava iniziando a prendere il sopravvento.
Crazymad immagino’ l’impulso elettrico che, come un sottile lampo, partiva dal piccolo cervello dell’orice per giungere ai muscoli delle possenti cosce nello scatto che avrebbe significato la salvezza.
Ma prima che l’impulso giungesse a destinazione, i nervi accresciuti artificialmente mediante additivi mielinici del varano avevano gia’ trasmesso ai duecento chili di muscoli e morte di passare all’attacco.
Come una saetta, il rettile avanzo’ scattando.
L’orice vide con occhi sbarrati l’orrore avventarsi su di se’.
Le corte gambe del rettile stavano percuotendo ora il terreno come pistoni velocissimi, per raggiungere la preda.
Un comune varano si sarebbe limitato a mordere la preda e poi seguirla lentamente fino alla sua morte. Benche’ il rettile non sia propriamente velenoso, il suo morso e’ ugualmente letale a causa di germi patogeni che causano nella preda una veloce e inesorabile setticemia.
La modifica introdotta nel genotipo del varano da Crazymad aveva pero’ trasformato l’animale in un killer spietato, tanto intelligente quanto aggressivo e veloce.
Con una contorsione l’antilope si giro’ nella direzione opposta a quella da cui stava provenendo il varano, e prese a correre disperatamente in una nube di polvere.
Per un attimo parve prendere un vantaggio sull’inseguitore, ma quest’ultimo, con la bocca aperta in una parvenza di ghigno demoniaco, gli fu subito alle costole.
Con l’occhio sull’obiettivo, il dottor Crazymad fu preso da un attacco di risa, e si sistemo’ meglio l’auricolare sulle orecchie. Ora gli Scorpions eseguivano The zoo. Ancora qualche istante e l’epilogo avrebbe allietato in modo indelebile la giornata.
Il gigante dal sangue freddo decise che era ora di mettere carne fresca sotto le sue mascelle: con un balzo fulmineo, afferro’ con la mandibola poderosa il collo dell’orice, facendolo stramazzare a terra.
Ci fu un convulso groviglio di corpi impolverati prima che, emettendo un flebile ed acuto lamento d’agonia, la vita dell’erbivoro terminasse.
Il varano continuo’ a strattonare violentemente l’animale catturato con forza e crudelta’, la testa piegata, mentre dalla morsa delle sue fauci il sangue usciva copioso, imbevendo il suolo e lordandogli il collo e le zampe.
In un ultimo sforzo bestiale il rettile strappo’ la testa dal corpo, come a voler decretare la sua vittoria definitiva su quell’essere inferiore.
Mentre ancora il corpo dell’orice si dimenava negli ultimi spasmi nervosi, il rettile ne apri’ il ventre e prese ad ingozzarsi delle interiora, colorando l’erba di rosso cremisi. Non alzo’ piu’ lo sguardo per una mezz’ora buona.
Distogliendo lo sguardo lentamente dal binocolo, con gli occhi spalancati ed un espressione beata di felicita’, il dottor Crazymad fece due passi indietro e si sedette davanti al notebook soddisfatto.
Qualche giorno fa aveva trasferito tutti i suoi averi e le attrezzature in una citta’ dell’Honduras, si era procurato documenti falsi e una nuova identita’.
Era pronto ad un rapido trasferimento, ma non prima di aver fatto sapere al mondo delle sue capacita’, del suo potere intellettuale che era in grado di creare un esercito di rettili al suo servizio, da impiegarsi nei modi e nei posti piu’ impensati.
Un maschera infernale gli si disegno’ in volto mentre si accendeva un sigaretta.
Inspiro’ lentamente e con gusto; dopo aver espirato si guardo’ la patta dei pantaloni, che mostrava una macchia umida proprio al centro.
Cerco’ di riprendersi dalla spossatezza reclinando la testa all’indietro.
Non vedeva l’ora di mettere in atto il passo successivo dell’esperimento.
Tra un mese il varano e altri suoi fedeli alleati si sarebbero confrontati in duello con animali degni delle loro capacita’ e della loro aggressivita’.
Animali con due gambe, due braccia e un cervello fortemente sviluppato ed adattabile.
Intanto nell’I-pod gli Scorpions cantavano la violenta Another piece of meat.

FINE

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