Racconto: Corredo funerario

Questo racconto è stato inserito sul sito “Uraniamania.com” in occasione di un mini-concorso che voleva celebrare la scoperta del relitto di una nave inglese, la “Erebus”, scomparsa nel 1843 al largo delle coste del Canada. La vicenda era stata descritta anche in un bel romanzo di Dan Simmons intitolato “La scomparsa dell’Erebus”. Nel concorso era obbligatorio partire da un incipit fisso, che qui di seguito è evidenziato in grassetto, e non superare la lunghezza di 2000 caratteri, spazi compresi. “Corredo funerario” vuole anche essere un omaggio ad “Urania”, la collana di Fantascienza italiana più longeva, che pubblica romanzi e racconti dal 1952.

CORREDO FUNERARIO

di Marco Di Giaimo

“Finalmente, dopo anni di ricerche e di tentativi falliti, L’equipe di scienziati aveva scoperto e raggiunto il punto “X”.
L’ansia e l’eccitazione erano palpabili. Dodici metri sotto i loro piedi si trovava la chiave per risolvere uno dei più grandi misteri del secolo…”

Dopo otto anni di ricerche per capire come era stata costruita la famosa piramide di Giza, il Dott. Rissas e la sua equipe erano riusciti a scoprire un passaggio a bassa pendenza, situato in un’intercapedine tra le mura esterne e quelle interne della piramide. Droni dotati di sensori termografici avevano permesso a Rissas di ipotizzare una stanza nascosta, a livello del suolo e vicino al lato orientale, grazie alla differenza di temperatura di tre grosse pietre poste alla fine dello stretto passaggio.

Non senza fatica, gli scienziati avevano scalzato una delle tre pietre, riuscendo a portare alla luce il nuovo passaggio nascosto, che scendeva in profondità.

Rissas e due ricercatori si armarono di coraggio e, spinti dal cuore che batteva all’impazzata, si introdussero nel corridoio.

Era alto circa un metro e mezzo e largo altrettanto, e scendeva con una pendenza di circa dieci centimetri ogni metro.

Scesero per dodici metri, in un’atmosfera calda e secca che sicuramente avrebbe garantito la conservazione di eventuali reperti lasciati dagli antichi egizi.

Finalmente giunsero al limite del corridoio, dove si apriva una camera.

“Ci siamo, finalmente!” esclamò Rissas, raggiante.

Davanti a loro si trovava un sarcofago, che però già da un primo esame presentava delle anomalie.

Aveva una forma ovoidale, e la parte superiore, asportato lo spesso strato di polvere, era trasparente.

Rissas era sbigottito. Com’era possibile che all’interno del sarcofago ci fosse uno scheletro mummificato vestito all’occidentale?

Era una situazione paradossale: da un enigma stavano per precipitare in un secondo mistero, ancor più fitto?

Gli altri due archeologi si avvicinarono con una videocamera e una torcia.

“Dottore, guardi qui. Il defunto ha in mano qualcosa…”

Rissas, che conosceva l’italiano, riuscì a decifrare parzialmente la scritta su quella pagina ingiallita e sbrindellata che era stata messa come corredo funerario:

“C’è scritto qualcosa. D… dal 1952 la m… macchina del tempo n… non si è mai fermata.”

FINE